Qualche giorno fa ricevo su Instagram un messaggio da una ragazza con cui ogni tanto scambio opinioni su arte urbana e altre deviazioni più o meno sociologiche: è sempre stimolante parlare di questi temi e quindi ho voluto approfondire in questo editoriale anche con te il ragionamento che abbiamo iniziato.
“Te lo condivido per portare avanti la riflessione sulla morte della Urban Art”
Mi manda un trafiletto, leggo il titolo SCOMPARIRE COME BANKSY e, subito dopo, la parola Banksying. Nuovo termine; nuova moda. Faccio un po’ di ricerca e, secondo alcune delle maggiori testate internazionali, è la nuova frontiera delle rotture sentimentali.
Funziona così: uno dei due partner inizia a ritirarsi lentamente, senza comunicare nulla. Una sorta di uscita di sicurezza emotiva, fatta di silenzi, distacco e ambiguità. Non c’è conflitto, non c’è spiegazione, non c’è confronto. Solo una sparizione progressiva, come acqua che scivola via. E alla fine, rottura definitiva, improvvisa solo per chi l’ha subita.
Non voglio dilungarmi sul tema relazionale o sociologico, anche se mi sembra di capire che oggi ci sono più termini inglesi per lasciarsi che modi per parlarsi. Quello che mi interessa, invece, è un altro aspetto: la scelta del termine BANKSYING.
Secondo chi ha “concepito” il termine, il paragone è questo: Banksy crea un’opera potente, ti coinvolge, e poi svanisce. Oppure la crea e poi la distrugge, senza preavviso. Così, anche chi banksya costruisce una relazione, genera emozione e poi si dissolve nel nulla. Il collegamento dovrebbe essere lì. In quella sparizione improvvisa, teatrale, un po’ iconica.
Nemmeno con tutta la buona volontà riesco a capirne il collegamento. Mi sono sforzato davvero, ma non regge questa cosa: è forzata, è ostentata, non ha alcun senso.
Mi sembra l’ennesimo tentativo pigro di prendere un nome noto (uno che funziona sempre per di più) e usarlo come scorciatoia culturale per spiegare un fenomeno. Ma qui non c’è né coerenza semantica né concettuale. Solo una metafora stirata, e parecchio.
Da questa forzatura nasce il quesito legato al mio editoriale di oggi: perché proprio Banksy? Perché utilizzare il suo nome per descrivere una dinamica sentimentale così passivo/aggressiva, così piatta, così banale?
Nel tempo abbiamo trasformato molti nomi di artisti in aggettivi: dantesco, leopardiano, kafkiano. Ma lì c’era una densità. Un pensiero dietro. Un’estetica. O almeno così ho imparato nei miei anni di studi.
Qui, invece, il passaggio è più superficiale: è il nome Banksy che diventa marca, simbolo, oggetto. È diventato abbastanza pop da essere usato come specchietto per le allodole. E purtroppo, una volta che un nome entra in certi meccanismi, inizia il declino.
Diventa digeribile. Diventa oggetto. Diventa un semplice contenuto.
Ed è proprio qui che si gioca la questione centrale: siamo di fronte all’ennesimo tentativo (ormai riuscito) di addomesticare quello che dovrebbe essere ribellione. Stiamo vedendo con i nostri occhi come i media siano riusciti a prenderla, smussarla e introdurla nel linguaggio comune facendoci pensare che sia qualcosa di innovativo e dirompente, quando in realtà è stata resa innocua.
Banksy nasce teoricamente per andare contro tutto questo: contro l’omologazione, contro il sistema, contro i media, contro i meccanismi di valorizzazione dell’arte come merce. Eppure eccolo qui, imprigionato in un termine usato per descrivere una rottura affettiva da manuale, con una serie di passaggi ormai standardizzati.
A questo punto io mi aspetto solo una cosa: Banksy dovrebbe rispondere. Dovrebbe prendere questa cosa, restituircela in faccia come ha sempre fatto. E dovrebbe farlo per farci riflettere, o almeno farci sentire stupidi per quello che abbiamo fatto del suo nome.
Ma non lo farà. E questo indica la rassegnazione e l’accettazione anche da parte sua (o loro?) del fatto che sempre di più l’arte urbana sta perdendo il motivo per cui è nata.
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