Beautification
in città
Seattle, Denver, Salt Lake City: muri belli, puliti, instagrammabili e vuoti. Se l’arte urbana americana è avanti di una quindicina d’anni, le nostre città stanno andando nella stessa direzione?
Questo mese volevo affrontare un tema bello spinoso. Poi sono andato negli Stati Uniti, e il viaggio mi ha lasciato addosso più dubbi che certezze. Così ho deciso di deviare: niente argomenti incendiari, oggi si parla di qualcosa di apparentemente più semplice, ma forse molto più interessante.
Ho passato una decina di giorni a Seattle, una città che non mi ha particolarmente colpito. Come faccio sempre, ho dedicato un po’ di tempo a esplorare la scena locale tra graffiti, street art e muralismo.
Da questa esplorazione mi sono portato a casa una domanda: le nostre città stanno andando in quella direzione?
Spero di no, ma la realtà è che l’arte urbana americana è avanti di una quindicina d’anni rispetto a noi, quindi camminare per le loro strade è un po’ come guardare nel nostro futuro. E non è uno scenario entusiasmante per i miei gusti.
Nel 2023 ho visitato Denver e Salt Lake City. Tre città molto diverse tra loro sulla carta, ma nella pratica mi è sembrato di essere sempre nello stesso posto. Identità poca. Storia ancora meno. Sto generalizzando, lo so, ma se il 90% delle pareti urbane dice poco o niente, la tendenza mi sembra chiara.
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Iscriviti gratisPer questo ho provato a parlarne con chi quella scena la vive da dentro. Ho fatto un salto in un graffiti shop a Capitol Hill, a Seattle, e lì ho scoperto che negli ultimi cinque anni c’è stata una stretta pesante sul writing: repressione vera, con nuove leggi in arrivo per inasprire le pene contro chi viene beccato a fare graffiti (1000$ e spese di pulizia). Il classico discorso da “lotta al vandalismo urbano”, mentre per dipingere un muro con qualcosa di figurativo, tipo un bel fiore, una donna che sorride, un arcobaleno, non servono poi tutti questi permessi.
“…you know, kinda a beautification of the city…” Nel discorso salta fuori un termine che non sentivo da un po’: beautification. Una parola tanto semplice quanto rivelatrice. Tradotto: rendere più bello (quindi beauty) uno spazio. Estetica pulita, colorata, instagrammabile. L’obiettivo è attirare turismo.
Il risultato è che le città americane si stanno riempiendo di muri nei parcheggi, sulle facciate dei negozi, dentro gli uffici. Belli, ma vuoti. Non parlano più di niente: nessun rischio, nessun messaggio scomodo, nessuna voce fuori posto. Solo un’estetica gentile, rassicurante, pronta a farsi fotografare.
Ovviamente ci sono enormi differenze culturali tra Europa e Stati Uniti, su quasi tutto. Però, a ben guardare, non mi pare che siamo poi così lontani. Milano continua a dare spazio al muralismo urbano, sempre più spesso su commissione, e le altre città stanno iniziando ad accodarsi. Non è un male, ma è qualcosa di cui dobbiamo essere consapevoli.
Ogni volta che una città viene “abbellita”, un pezzo della sua identità viene levigato via. E al suo posto resta uno standard: rassicurante, colorato, turistico. Ma non per chi ci vive.
Le nostre città stanno andando in quella direzione? E se la risposta fosse sì, c’è una domanda in più che mi resta in testa.
Questo editoriale riporta la mia opinione personale. Le immagini sono pubblicate a scopo di documentazione: se sei l’autore di una foto e vuoi essere citato o chiederne la rimozione, scrivimi.
