Quando si parla di graffiti, quasi tutti pensano alla subway di New York, agli anni ’70, al Hip Hop. E invece la tradizione di writing più antica degli Stati Uniti nasce dall’altra parte del Paese, sotto il sole di East Los Angeles, tra i muri dei quartieri latini. Si chiama Cholo Writing, e se non la conosci, stai perdendo un pezzo enorme di storia.
Questo articolo è un viaggio dentro una cultura che non ha mai chiesto il permesso di esistere. Leggilo fino alla fine: capirai che queste scritte sui muri non sono semplici tag, sono documenti visivi di una comunità intera.
Chi sono i Cholo?
Il termine “Cholo” affonda le radici nell’identità latino-americana di Los Angeles. Già nei primi anni del ‘900 veniva usato per indicare i giovani messicano-americani cresciuti nei quartieri periferici della città. Ma il termine ha presto smesso di essere solo un’etichetta: è diventato un’identità.
Prima dei Cholo, però, c’erano i Pachucos, i loro diretti antenati culturali. Tra il 1930 e il 1950, questi ragazzi messicano-americani giravano con i famosi zoot suit (pantaloni larghi vita alta, giacca oversize, spalle ampie), capelli pompadour, catene lunghe e tatuaggi sulle mani. Sono quelli dei famigerati Zoot Suit Riots del 1943 a East LA, quando la tensione razziale esplose in modo violento per le strade. Da lì in poi, quella cultura di resistenza non si è mai spenta: si è trasformata, ed è diventata la cultura Cholo.
Il Cholo porta con sé un’estetica precisa: abiti oversize e sartoriali, capelli rasati o tirati indietro, il linguaggio Caló (un mix di inglese e spagnolo che deriva dallo slang gitano della penisola iberica), i lowrider, e un codice di rispetto e appartenenza territoriale durissimo. Una figura ai margini della società americana, ma con un’identità forte come il cemento dei muri su cui scriveva.
E quei muri erano il loro spazio. L’unico.



Lo stile dei Cholo Graffiti: cosa sono le Placas
Il writing Cholo non è mai stato solo arte. Nasce negli anni ’30 come strumento di sopravvivenza culturale, qualcosa da affermare quando tutto il resto ti veniva negato.
La forma più riconoscibile è la Placa (o hit-up): una scritta murale con struttura precisa. In cima il nome della gang o del quartiere, nel corpo la roll call dei membri, in basso la firma del writer. Non è uno scarabocchio. È un documento. Un atto formale di appartenenza territoriale, spesso eseguito a pennello, con allineamenti precisi e un rispetto quasi rituale per la composizione.
Visivamente lo stile è inconfondibile: caratteri Old English/Blackletter in maiuscolo, quasi sempre in nero. Niente colori esplosivi, niente wildstyle. Disciplina totale.
Le varianti stilistiche del Cholo Writing
Nel tempo, dentro questo universo si sono sviluppate alcune varianti che vale la pena conoscere:
Old English / Blackletter è la base, il canone. Lettere gotiche maiuscole, monocromatiche. È il codice visivo fondante di tutta la cultura Cholo.
Block letters sono lettere squadrate, più leggibili, usate spesso nei pezzi più grandi o nelle roll call.
Lettere Western sono un ibrido che mescola il gotico con le serifed font del vecchio West americano. Meno diffuse ma riconoscibili.
Teen Angel è lo stile corsivo fluido e decorativo, usato per ornare i vetri dei lowrider e per i tatuaggi. Il nome viene dall’omonima rivista degli anni ’60 che documentava la cultura Chicana. Meno rigido del Blackletter, ma altrettanto codificato.
Ogni variante parla lo stesso linguaggio di fondo: rispetto per le regole visive tramandate di generazione in generazione. Non si improvvisa niente.
Cholo Writing vs New York Writing: due mondi diversi
Mettere a confronto il Cholo di Los Angeles con il writing Hip Hop di New York è una di quelle cose che ti apre la testa.
A New York il graffiti nasce come affermazione individuale: scrivi il tuo nome ovunque, conquisti la città, esisti. Il writer scala palazzi, sale sui treni, si fa vedere. La firma è il messaggio.
A Los Angeles è tutto il contrario. Il Cholo writing è collettivo e territoriale: si scrive per il quartiere, dentro il quartiere, spesso un solo writer per conto di tutta la gang. Uscire dal proprio isolato con una Placa era, e in certi contesti è ancora, considerato un atto irrispettoso. Quasi una dichiarazione di guerra.
Anche esteticamente le differenze sono nette: New York evolve verso forme sempre più libere, colori, 3D, wildstyle. LA resta nella sua calligrafia disciplinata, rituale, quasi medievale. Due linguaggi diversi nati dalla stessa necessità: farsi sentire quando la società fa finta di non sentirti.

Cholo Writing nel mondo: contaminazioni e influenze
Negli ultimi decenni il Cholo writing ha lasciato il segno ben oltre East LA.
Il punto documentato di partenza è il 1975, quando il fotografo italiano Gusmano Cesaretti, nato a Lucca e trasferitosi a Los Angeles nel 1970, pubblica Street Writers: A Guided Tour of Chicano Graffiti (qui qualche info in più). Il libro nasce dalla collaborazione con Chaz Bojórquez, writer di Highland Park, East LA, oggi riconosciuto come il padrino del Cholo writing sulla West Coast.
Bojórquez è un caso unico: nel 1969 aveva già sviluppato un approccio personale che fondeva la tradizione Cholo con la calligrafia asiatica e la sua formazione da art school. Dopo anni di tagging sulle strade di LA nei ’70 e nei primi ’80, ha portato quel linguaggio dentro le istituzioni. Le sue opere sono nelle collezioni dello Smithsonian Institute, al National Museum of American Art e al National Museum of American History. Nel 2020 ha ricevuto un Honorary Doctorate dall’Art Center School of Design di Pasadena.
Street Writers è diventato un libro di culto. Le copie originali arrivano a 700 dollari. Nel 2023 è stato ristampato in edizione hardcover espansa.
Da lì in poi il Cholo writing ha influenzato le crew Hip Hop californiane, il design dei lowrider, la grafica skate e surf, il tatuaggio e persino la pubblicità mainstream. Le lettere Blackletter e Old English che oggi vedi su magliette, loghi e muri di mezzo mondo hanno una radice precisa: East Los Angeles, decenni prima che qualcuno le “scoprisse”.
Cholo Writing oggi: revival, moda e il problema dell’appropriazione
Negli ultimi anni l’estetica Cholo è esplosa fuori dal suo contesto originale. La vedi sulle capsule collection di brand streetwear, nei tatuaggi di chi non ha mai messo piede a East LA, nei loghi di locali e festival che usano il Blackletter come se fosse solo un font figo.
Il problema non è che l’estetica si diffonda. È che spesso si diffonde senza la storia che la tiene in piedi. Lo stesso Chaz Bojórquez lo ha detto chiaramente: per lui e la sua generazione quelle lettere avevano un significato preciso, fatto di territori, lealtà, sopravvivenza. Per chi le usa oggi come “urban wear vintage”, quello strato non esiste.
Questo non vuol dire che chi viene da fuori non possa avvicinarsi al Cholo writing. Vuol dire che farlo con rispetto passa prima di tutto dal conoscere da dove viene. Ed è esattamente per questo che articoli come questo esistono.
Eppure, nonostante tutto, le Placas a East LA sono rimaste quasi identiche a quelle di ottant’anni fa. Stesso font, stessa intenzione, stesso messaggio. Non si sono fatte contaminare. Hanno contaminato gli altri.
Il Cholo graffiti non è vandalismo, tantomeno è da considerarsi degrado. È la voce scritta sui muri di chi non aveva altro posto dove parlare. E oggi, se sai come guardare, quella voce è ancora lì: chiara, potente, irriducibile… questa cosa secondo me è pazzesca.
Glossario Cholo Writing: i termini che devi conoscere
Se sei nuovo su questo argomento, ecco i termini base per muoverti senza fare figuracce. Li ho trascritti proprio per aiutarti perchè se qualcuno me li avesse spiegati prima, sarebbe stata più facile la mia ricerca.
Placa è la scritta murale Cholo. Non è una tag generica: ha una struttura codificata con intestazione, corpo e firma. È un documento pubblico di appartenenza.
Hit-up è il sinonimo di Placa, usato soprattutto nel linguaggio orale. Fare un hit-up significa lasciare la propria firma o quella della gang in un territorio.
Roll call è la lista dei membri della gang o della crew scritta nel corpo della Placa. Essere nella roll call è un atto di riconoscimento ufficiale all’interno del gruppo.
Old English / Blackletter è il font gotico che è la base visiva di tutto il Cholo writing. Deriva dalla tipografia medievale europea, arrivata in America attraverso i caratteri usati su giornali e insegne del XIX secolo.
Teen Angel è lo stile corsivo fluido tipico della cultura Chicana. Prende il nome dall’omonima rivista degli anni ’60. Lo trovi sui lowrider, sui tatuaggi e nei pezzi più decorativi.
Caló è il linguaggio parlato della cultura Cholo. Un mix di spagnolo, inglese e slang gitano. Non è solo un dialetto, è un codice identitario.
Lowrider sono le auto modificate con carrozzeria ribassata e personalizzate con pitture elaborate, cromature e interni curati. Sono parte integrante dell’estetica Cholo quanto le scritte sui muri.
Il Cholo graffiti non è vandalismo. Non è degrado. È la voce scritta sui muri di chi non aveva altro posto dove parlare. E oggi, se sai come guardare, quella voce è ancora lì: chiara, potente, irriducibile.
Hai letto fino alla fine. Bene. Ora sai da dove viene metà dell’estetica street che consumi ogni giorno senza saperlo.
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