Error 404: emozione non suscitata

Spero non rimarrai delus*, ma questo non è un editoriale “graffiante” nel senso classico del termine. È piuttosto un tentativo di capire quanto stiamo andando veloci, e verso quale direzione, ora che anche l’intelligenza artificiale sta diventando un oggetto a disposizione di tutt*.

Serve, però, una premessa personale. Sono più di quindici anni che scrivo online, che parlo di graffiti e street art, che viaggio per vedere cosa succede davvero sul campo.
Ho vissuto l’epoca dei primi blog e della prima SEO, quando si scriveva pensando ai lettori ma anche agli algoritmi di Google. Era già un piccolo compromesso: provavi a essere autentico, ma dovevi comunque piacere a una macchina.

Oggi quella macchina non solo capisce, ma interpreta.

Tutto ciò che è online (articoli, interviste, foto, opinioni, racconti) è stato digerito da sistemi di IA che leggono, riassumono, mescolano e restituiscono con grande positività. In pratica, tutto quello che ho prodotto negli anni grazie a viaggi, chiacchiere notturne con i writer, libri trovati nei mercatini, storie ascoltate sotto i ponti… può essere sintetizzato da un modello linguistico in tre secondi e risputato come risposta “mediamente corretta”. ***

Questa cosa è già accaduta anche nel mondo dell’arte ed iniziano i tentativi nell’arte urbana (vedasi esperimento GANksy, progetto OpenArt, muro a Padova generato con Midjourney, progetto Automated Rebellion). Se una macchina ha imparato a leggere e scrivere, imparerà anche a disegnare.

Ed imparerà a farlo nel modo che più piace alle persone. Questo è quello di cui ci dobbiamo preoccupare.

Già oggi l’intelligenza artificiale è capace di generare murales digitali in stile “street”: lettering, texture, pareti scrostate, ombre di bombolette, persino il dripping casuale. Tutto perfetto, pulito, abbastanza “realistico”. Peccato che dietro non ci sia nessuno.

A questo punto del mio discorso penso ti sia apparsa in testa l’obiezione per eccellenza

una macchina non potrà mai eguagliare l’artista, perché le emozioni non si possono programmare

Ed hai ragione al 100%, il mio editoriale di oggi è “futuristico”, distopico, è come Black Mirror: guarda ad un futuro che non è così lontano.

Il punto del mio discorso non sono le emozioni, ma un altro: quante persone sono in grado di riconoscere un prodotto realizzato con IA da un prodotto realizzato da una persona? Viviamo in un mondo in cui c’è una enorme fetta di pubblico (la maggiore) che non distingue più un contenuto umano da uno artificiale; i cui gusti estetici sono modellati su ciò che gli viene mostrato più spesso; che marketing ed algoritmi hanno perfettamente intrappolato tanto da decidere per loro cosa guardare, quando e per quanto tempo.

Quindi la domanda non è quando l’IA sarà in grado di fare arte, ma quando sarà il pubblico stesso a preferirla.

Pensa a questa cosa: un IA analizza i flussi turistici, i dati demografici di un quartiere, i trend cromatici e il sentiment online riguardo ad un brand. Poi recupera tutte le informazioni possibili e decide cosa “funzionerà” su un determinato muro. Genera un’immagine calibrata con la palette giusta, una buone dose di “ribellione estetica” ed un pizzico di nostalgia analogica. Un braccio robotico la spruzza sul muro di notte. Et voilà: un nuovo murale, fotogenico, virale, totalmente privo di conflitto che piacerà ad una grossa fetta di persone che lo visualizzeranno.

In una situazione del genere e nel mondo capitalista in cui viviamo: perché un committente dovrebbe scegliere un artista umano? La logica è semplice: la macchina costa meno, non discute, non ritarda, non chiede compensi.

L’arte sarà il servizio. L’artista il costo da tagliare.

E qui chiudo il cerchio, ecco il paradosso: “l’artista suscita emozione”. Sì, ma in un mondo dove le emozioni saranno filtrate da metriche e algoritmi, servirà ancora suscitare qualcosa nelle persone? Tanto non lo capirebbero.

Lo ripeto: è una riflessione estrema, ma la verità è che l’IA sta ridefinendo la soglia di autenticità, anche nell’arte. Ci sta abituando ad un’estetica di ciò che “funziona”, anche quando non è vera, piuttosto che un’estetica di ciò che realmente “ci piace”.

Lo dico chiaramente: l’IA non si prenderà la street art, né il writing. Può imitare la superficie, non l’intenzione. A finire nel tritacarne digitale saranno piuttosto il mural advertising e il muralismo di facciata, quello che da tempo si è già avvicinato troppo alle logiche di mercato.

Non possiamo fermare l’evoluzione, ma dobbiamo esserne consapevoli. Dobbiamo raccontare meglio ciò che facciamo: far capire che dietro un muro ben fatto ci sono impegno, passione, disciplina e un linguaggio che non si scrive in codice binario.

Dobbiamo far capire ai brand che se vogliono davvero fare cultura visiva, devono imparare a fare un passo indietro e lasciare spazio agli artisti di esprimersi liberamente, senza dover apporre obbligatoriamente un logo all’interno dell’opera.

Altrimenti tanto varrà farlo fare ad una macchina, ma significherà che saremo davvero



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