Gross Domestic Product: il negozio di Banksy
che non voleva vendere niente
Nel 2019 Banksy apre a Londra un negozio con la porta chiusa. Non nasce da un’idea artistica, ma da una causa sul marchio. Cos’era Gross Domestic Product, cosa c’era in vetrina e perché alla fine Banksy ha perso.
Banksy ne ha fatte tante di cose stravaganti, ma aprire un negozio fisico sembrava fuori dal suo mondo. Eppure nel 2019 è successo: Gross Domestic Product, il negozio di Banksy a Londra, era una vetrina piena di oggetti assurdi e provocatori. La porta era chiusa, non si poteva entrare, non si poteva comprare nulla dal vivo. Potevi solo guardare.
Era il progetto più paradossale e geniale che Banksy abbia mai costruito: un negozio il cui scopo principale era non essere un negozio. Qui ti racconto perché è nato, come funzionava, cosa c’era davvero in vetrina e come è finita la causa che gli stava dietro.
Cosa significa Gross Domestic Product
Gross Domestic Product si traduce letteralmente come prodotto interno lordo. In inglese però risuona anche come un gioco di parole: gross significa sia “lordo” che “disgustoso”, e domestic product rimanda sia all’economia che agli oggetti per la casa. Il risultato è un nome che critica se stesso nel momento in cui lo leggi.
La scelta è perfetta se pensi ai bersagli abituali di Banksy: il consumismo compulsivo, gli oggetti inutili, la mercificazione dell’arte. Un negozio di prodotti domestici con il suo nome era il modo più diretto per sbatterti in faccia tutte queste cose insieme.
Perché Banksy ha aperto il negozio: la battaglia sul marchio del Flower Thrower
Il GDP non nasce da un impulso artistico. Nasce da una disputa sul marchio registrato, e Banksy lo ha ammesso senza troppi giri di parole.
Ecco cosa era successo. Nel 2014 l’organismo ufficiale di autenticazione delle opere di Banksy, Pest Control, aveva registrato come marchio europeo l’immagine del Flower Thrower, il celebre murale dipinto nel 2005 a Beit Sahour, una cittadina palestinese della Cisgiordania vicina a Betlemme. Nel marzo 2019 una società britannica di biglietti d’auguri chiamata Full Colour Black, che stampava e vendeva prodotti con le immagini di Banksy, ha avviato una procedura per far cancellare quel marchio. La tesi era semplice: Banksy non lo stava usando per vendere prodotti propri, quindi il marchio doveva decadere.
La legge inglese ed europea su questo è chiara: se hai un marchio registrato ma non lo usi nel commercio, qualcun altro può farlo al posto tuo. Full Colour Black citava anche un’altra cosa contro Banksy: in uno dei suoi libri l’artista aveva scritto “copyright is for losers”. Difficile difendere un marchio quando hai scritto pubblicamente che queste tutele sono roba da perdenti.
Il consiglio degli avvocati fu diretto: crea e vendi prodotti con il tuo nome. Banksy ha fatto esattamente questo, trasformando l’obbligo legale in un progetto artistico.
Il negozio di Croydon: una vetrina che non si poteva aprire
Il 1° ottobre 2019 appare dal nulla a Croydon, periferia sud di Londra, una vetrina allestita come il set di uno spot pubblicitario. Oggetti in bella mostra, illuminazione perfetta, prezzi esposti. L’unica cosa che mancava era la possibilità di entrare.
Tutti i prodotti erano acquistabili solo online, sul sito grossdomesticproduct.com, per le due settimane di apertura del negozio: giusto il tempo di dimostrare, sul piano legale, che il marchio veniva usato nel commercio. Non c’erano aste, non c’erano offerte al rialzo, non bastava essere ricchi. Per poter comprare bisognava scrivere sul sito il motivo per cui si meritava quell’oggetto, e solo le richieste più convincenti arrivavano al checkout.
E i proventi? Destinati in parte a sostenere una nave di soccorso migranti nel Mediterraneo. Un negozio aperto per motivi legali, con prodotti che non si potevano comprare facilmente, i cui soldi andavano a salvare persone in mare.
Video · La presentazione del negozio
La presentazione ufficiale di Gross Domestic Product, dal canale di Banksy, insieme alle opinioni dei passanti.
Gli oggetti in vetrina del negozio di Banksy
Alcuni pezzi esposti sono rimasti impressi. Non tutti erano di Banksy: come spesso fa, l’artista di Bristol ha scelto di dare spazio ad altri.



Il giubbotto antiproiettile di Stormzy
A prima vista sembrava la divisa di un agente di polizia, con l’Union Jack sopra. In realtà era completamente antiproiettile. Stormzy, il rapper britannico, lo aveva indossato sul palco di Glastonbury nel 2019 in una delle performance live più discusse di quell’anno: una critica diretta al razzismo sistemico nel Regno Unito e alla sorveglianza delle comunità nere. Banksy aveva realizzato il giubbotto, ma il significato pieno della performance è diventato chiaro solo dopo che lo stesso artista ne ha parlato pubblicamente.
Il tappeto con Tony the Tiger
Raffigurava la mascotte dei cereali Kellogg’s come un trofeo da caccia appeso al muro. Una critica all’uso dei personaggi animati nel marketing alimentare rivolto ai bambini e all’influenza del capitalismo sui consumi infantili. Il riferimento ai milioni di sterline spesi ogni anno nel Regno Unito per estrazioni dentarie nei più piccoli era implicito ma pesante.
L’ascia di Escif
Realizzata con l’artista spagnolo Escif, era una scultura in resina di un’ascia da cui spuntava un fiore. Completamente inutilizzabile, prendeva in giro la tradizione degli oggetti trovati trasformati in arte e mescolava umorismo, ecologia e critica della scultura contemporanea.
Met Ball, la palla da discoteca con il casco
Una palla da discoteca costruita con un vero casco antisommossa della polizia. Potere e intrattenimento fusi insieme in un oggetto solo: una presa in giro dell’élite culturale e delle forze dell’ordine nello stesso respiro.
Come è andata a finire: Banksy ha perso la causa sul marchio
La mossa del GDP si è rivelata non sufficiente. Il 14 settembre 2020 la Divisione Cancellazione dell’EUIPO, l’ufficio marchi dell’Unione Europea, ha dichiarato il marchio del Flower Thrower invalido nella sua interezza, registrato in mala fede. Aprire un negozio online per due settimane sotto pressione legale non ha convinto i giudici europei che il marchio venisse usato in buona fede nel commercio.
Il cuore della decisione è questo: secondo l’ufficio, Banksy non voleva usare il marchio per vendere prodotti e ritagliarsi uno spazio sul mercato, ma per aggirare i limiti del diritto d’autore. Banksy resta anonimo, e senza rivelarsi non può far valere il copyright sulle sue opere. Registrare un marchio per ottenere una protezione di quel tipo, però, non è una funzione del marchio. A pesare contro di lui c’è stata anche una sua dichiarazione: il negozio, aveva detto, serviva solo a superare il mancato uso del marchio.
Non è andata male su tutta la linea. Sul marchio della scimmia, il celebre Laugh Now, Pest Control ha fatto ricorso: il 25 ottobre 2022 la Commissione di Ricorso ha annullato la decisione precedente e ha respinto la richiesta di cancellazione. Banksy ha quindi perso il Flower Thrower, ma ha tenuto un altro dei suoi marchi più riconoscibili.
La causa nel Regno Unito: chi ha perso davvero
Il braccio di ferro con Full Colour Black non si è fermato al marchio. La società, che commercia con il nome Brandalised, ha portato Banksy in tribunale nel Regno Unito anche per diffamazione, a causa di un post pubblicato su Instagram il 18 novembre 2022. Banksy lo aveva scritto in risposta a una collaborazione di moda con Guess che usava immagini derivate dalle sue opere.
Full Colour Black ha ritirato la causa a marzo 2025, poco prima dell’udienza su una richiesta di giudizio sommario presentata contro di lei. Il 1° aprile 2026 l’Alta Corte di Londra l’ha condannata a pagare le spese legali di Banksy con il criterio più pesante, quello “indemnity”. Per il giudice la causa non aveva reali possibilità di successo ed era usata come leva più che come strumento per ottenere una sentenza: la pressione puntava sulla nota sensibilità di Banksy per il proprio anonimato, con l’obiettivo di ottenere un accordo commerciale più ampio. Il giudice ha invece respinto la richiesta di far pagare le spese anche personalmente all’amministratore della società.
Banksy, l’artista che ha scritto “copyright is for losers”, ha passato anni a difendere in tribunale il proprio nome: ha perso sul marchio in Europa ed è uscito bene dalla causa per diffamazione nel Regno Unito. Il cortocircuito è completo.
Il sito grossdomesticproduct.com è ancora online. Il negozio è durato meno di un mese. Ma l’idea è rimasta: in un’epoca in cui l’arte è sempre più prodotto, Banksy ha creato un prodotto che era arte, lo ha messo dietro una vetrina che nessuno poteva aprire e lo ha usato per fare quello che fa sempre: dirti qualcosa che non ti aspettavi di sentirti dire nel posto in cui meno te lo aspettavi.
Questo articolo racconta il progetto Gross Domestic Product e le vicende legali collegate sulla base di fonti pubbliche. Le immagini sono pubblicate a scopo di documentazione e cronaca: se sei l’autore di una foto e vuoi essere citato o chiederne la rimozione, scrivimi.
