Spesso si sente parlare della “teoria delle finestre rotte” collegandola anche al mondo dei graffiti: ma di cosa si tratta nel dettaglio? Approfondiamo questo tema e capiamo quando questa teoria abbia influenzato nel tempo la concezione che le persone avevano, ed in parte hanno ancora oggi, riguardo il writing.
La Teoria delle Finestre Rotte nasce negli Stati Uniti come teoria di psicologia sociale secondo cui segni visibili di degrado urbano tendono ad attirare altro disordine e criminalità. L’idea prende forma da un esperimento del 1969: due auto identiche vengono abbandonate in contesti opposti, il Bronx e Palo Alto. La prima viene rapidamente vandalizzata, la seconda resta intatta finché non le viene rotto un vetro, dopo il quale subisce lo stesso destino.
Negli anni ’80 la teoria viene formalizzata da James Wilson e George Kelling, diventando una chiave di lettura delle politiche urbane. Strade sporche, edifici abbandonati e segni di incuria vengono interpretati come fattori che favoriscono ulteriore degrado. In questo contesto, anche i graffiti vengono spesso associati a questa dinamica. Oggi però questa lettura è più controversa: i graffiti non sono più solo segni di degrado, ma anche arte urbana, identità e collaborazione culturale, spesso integrati in progetti ufficiali e riqualificazioni.
Resta quindi una domanda aperta: è il segno sul muro a creare degrado, o il modo in cui decidiamo di guardarlo?
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