ACAB è una sigla che chiunque ha visto almeno una volta sui muri di una città. Quattro lettere, nessuna spiegazione. Eppure dietro queste lettere c’è una storia di quasi un secolo, che passa dagli scioperi operai inglesi al punk, dalle carceri ai vagoni della metro, fino ai muri di tutto il mondo.
Approfondiamo le origini di questa sigla e vediamo come è entrata nel mondo del writing.
Le origini di ACAB: Inghilterra, anni ’20
Non esiste una fonte ufficiale sull’origine precisa del termine, ma la ricerca storica porta a un punto piuttosto chiaro.
La frase “All Coppers Are Bastards” è documentata in Inghilterra già negli anni ’20, raccolta dal lessicografo Eric Partridge tra il linguaggio dei criminali e delle classi lavoratrici. Era così radicata da essere diventata persino una canzoncina informale: “I’ll sing you a song, it’s not very long: all coppers are bastards”. La stessa frase si sente chiaramente nel documentario britannico “We Are the Lambeth Boys” del 1958, dove un gruppo di ragazzi di Lambeth la canta da un camion mentre passano davanti a un poliziotto.
L’acronimo ACAB arriva negli anni ’40, quando i lavoratori in sciopero iniziarono ad abbreviare la frase per usarla come slogan di protesta contro la repressione poliziesca durante le agitazioni sindacali. Un codice rapido, scritto su muri, teli e cartelli, che diceva tutto in quattro lettere.
ACAB nelle carceri: dalla carta alla pelle

Negli anni ’60 la sigla fa un salto importante. Dai movimenti politici e anti-repressione, le quattro lettere entrano dentro le carceri britanniche come codice di appartenenza e dissenso: avere ACAB tatuato sul corpo significava rifiutare il sistema carcerario e le forze dell’ordine che ci avevano portato lì. Un linguaggio visivo che parlava solo a chi lo conosceva.
È qui che ACAB contamina per la prima volta una sottocultura vera e propria, quella del tatuaggio carcerario, e non ne uscirà più. Da quel momento inizia a viaggiare da una sottocultura all’altra senza mai fermarsi.
Una nota su come si usava in carcere: quando qualcuno chiedeva cosa significasse, la risposta alternativa era “Always Carry A Bible”. Un escamotage che funzionava abbastanza bene davanti alle guardie.
L’impatto mediatico: Daily Mirror, 1970
La diffusione di massa arriva il 20 maggio 1970, quando il Daily Mirror pubblica un articolo con ACAB come titolo. La storia è questa: un ragazzo di 17 anni, Graham Van Hovston Johnson, era stato portato in tribunale ad Havant, nell’Hampshire, perché aveva cucito le lettere ACAB sulla sua giacca di denim. Si giustificò dicendo di aver visto quella sigla su un Hells Angels e di aver pensato che significasse “All Canadians Are Bums”. La multa gli fu comminata lo stesso.
La storia ricorda molto quella di TAKI 183 e il New York Times: un articolo di giornale trasforma qualcosa di underground in fenomeno di massa. Da quel momento i movimenti giovanili adottarono ACAB come simbolo di dissenso verso le autorità, e quella connotazione non è mai cambiata.
Il punk come cassa di risonanza
Negli anni ’70 ACAB trova la sua casa spirituale: il punk. Il disprezzo verso la società, l’anarchia, l’odio per l’autoritarismo: erano esattamente gli stessi valori che la sigla portava con sé da decenni.
Una musica veloce, aggressiva, anticonformista, perfetta per urlare quello che la sigla già diceva in silenzio sui muri. La band britannica 4-Skins, tra i nomi fondamentali dell’Oi! punk, registrò una canzone intitolata proprio “A.C.A.B.”, contribuendo a diffondere la sigla dentro i movimenti anarchici e antisistema di tutta Europa.
Da cartelli e tatuaggi, ACAB si espande alla musica, alle fanzine, alle magliette. Il cerchio si allarga ancora.

ACAB nei graffiti
La sigla entra nel mondo del writing solo verso la metà degli anni ’80. Non è una coincidenza: in quegli anni il writing subisce una repressione poliziesca sempre più pesante, con l’arrivo della Vandal Squad a New York e leggi simili in molte città europee. Dipingere diventava sempre più pericoloso, e la sigla ACAB sui muri era la risposta naturale di chi veniva cacciato dallo spazio pubblico.
Il problema era evidente: se già dipingere su un muro era illegale, farlo scrivendo uno slogan contro la polizia raddoppiava il rischio. Così, nel tempo, la sigla ACAB sui muri ha ceduto sempre più spazio a 1312, il suo equivalente numerico.
La logica è semplice: A è la prima lettera dell’alfabeto, C la terza, A ancora la prima, B la seconda. Quindi 1-3-1-2. Un codice che chiunque appartenga a quella cultura legge immediatamente, ma che permette una certa plausible deniability con chi non lo conosce. Oggi è un segreto non segreto: tutti sanno cosa significa, ma la distinzione visiva tra le lettere e il numero ha comunque una funzione pratica.


L’ACAB Day
Negli ultimi anni, grazie soprattutto a Instagram, si è consolidata all’interno del writing e di altre sottoculture una giornata dedicata: l’ACAB Day.
Il giorno è il 13 dicembre (13/12), che richiama sia la data stessa che il codice 1312. È il giorno in cui condividere i propri lavori su muro o su carta con le lettere ACAB o il numero 1312.
ACAB oggi: ancora viva
ACAB è ancora oggi una delle sigle più riconoscibili sui muri di tutto il mondo. La si trova nei movimenti politici antagonisti, negli stadi, nella musica, nell’arte urbana e nelle sottoculture più diverse. Ha attraversato continenti: è arrivata fino in Indonesia, dove nel 2016 un tifoso morto durante un intervento della polizia aveva “All Coppers Are Bastards” scritto nei suoi quaderni.
Il fatto di aver contaminato così tante culture diverse racconta qualcosa di preciso: non è uno slogan di nicchia, è un codice che parla di una tensione universale tra chi ha il potere di reprimere e chi subisce quella repressione.
Quattro lettere. Quasi un secolo. Ancora sui muri.

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