Ho rimandato questo editoriale più volte, sempre convinto di avere tra le mani un tema più urgente, più contemporaneo, più scomodo. Poi è arrivato settembre, mese piatto, senza grandi scossoni, e allora tanto vale affrontare finalmente una questione che da anni tengo in sospeso: quella ramificazione della street art che si è infilata dentro il concetto di urbanismo tattico.
Il gancio perfetto? Un post di Will sulla trasformazione di un parcheggio nel quartiere Isola di Milano in un campetto da basket e spazio pubblico (Tutto sponsorizzato da VISA, ma quella è un’altra storia, anche se non è così marginale) – A fine editoriale puoi leggere anche cosa ne penso.
Partiamo da una premessa: non ho mai nascosto la mia diffidenza verso questo tipo di interventi. Anzi, mi sono sempre espresso a sfavore. Non per sminuire il lavoro sociale delle associazioni che, con passione, coinvolgono cittadini e comunità in queste iniziative. Quello è l’aspetto positivo e tanto di cappello a chi si impegna nel cercare bandi e smuovere i cittadini dormienti. Il problema è la narrazione che ne segue. E, volendo essere precisi, anche la classificazione: aerial art? asphalt art? floor art? Nessuno ha ancora deciso come chiamarla. L’importante è che non si utilizzi il termine “murales” per qualcosa realizzato a terra perchè non ha alcun senso logico.
La questione è comunque un’altra: cosa puntano davvero a fare queste operazioni? La prima domanda che dovremmo porci da cittadini è semplice: “Cosa mi stanno vendendo?” Perché sì, è sempre una vendita nel mondo in cui viviamo. Magari camuffata da dono, ma non illudiamoci: nessuno regala niente, soprattutto a chi vive le città. Ogni intervento ha un doppio fine, e di solito non riguarda noi.
La narrazione più gettonata è quella dello “spazio restituito” alla comunità. Ma è davvero così? A Milano ho già visto piazze trasformate da parcheggi a spazi colorati e riportate indietro alla funzione originaria dopo pochi anni. In tutti i casi, alla fine, qualcuno resta contento e qualcuno scontento: chi si era abituato alle panchine dipinte di rosso o giallo dovrà farsene una ragione – panchine che sono volutamente scomode – mentre chi passava ore a cercare parcheggio tirerà un sospiro di sollievo. (Non apro qui il capitolo città senz’auto, perché rischieremmo di non uscirne più).
E poi c’è il paradosso della comunità: di giorno lo spazio è “restituito” ai cittadini, di sera diventa un problema se dei ragazz* lo occupano per bere e chiacchierare. Ma anche loro fanno parte della comunità, o ci siamo dimenticati di questo particolare?
“Il colore ha ridato vita a questa piazza grigia e triste. Ha restituito uno spazio ai cittadini dove potersi incontrare e parlare”
Il colore funziona bene nelle prime settimane: piazze allegre, foto instagrammabili, l’illusione di un grande evento collettivo. Dopo due mesi, però, i pigmenti svaniscono, le forme rimangono sbiadite e sporche, e lo spazio perde la sua forza. Alla città resta un pavimento di asfalto o cemento con dei segni che rendono irriconoscibile la creatività originale; ai social comunque resta una galleria di immagini luminose da riguardare.
La verità è questa: il colore serve più alle foto che alla città. E in foto tutto funziona: gioia, festa, energia, “lo spazio è tornato alla gente”. Peccato che lo spazio fosse già della gente, anche se era un parcheggio. E magari prima di essere un parcheggio era un parco: ma a volte la memoria è corta, altre volte le persone non sono autoctone e non conoscono la storia del proprio quartiere.
Quello che cambia non è lo spazio, ma la narrazione. È lei che ci fa sentire di aver ri-conquistato qualcosa. In realtà, abbiamo solo partecipato a un’operazione di addomesticamento: ci hanno dato un contentino colorato e ci hanno convinto che fosse una rivoluzione. E senza accorgercene abbiamo accettato la dinamica della gentrificazione: non stupiamoci se davanti a questi spazi in poco tempo cercheranno di venderci un bubble tea a 7€ invece di un ghiacciolo a 1€.

La domanda resta: dipingere le piazze è davvero un atto di riappropriazione collettiva, oppure è solo l’ennesimo trucco per distrarci, darci l’illusione di partecipare e convincerci che viviamo in città più belle di quanto siano davvero?
Non c’è una risposta definitiva, ognuno di noi vive la città a modo suo ed anche i suoi cambiamenti. Ma se i colori spariscono e i problemi restano, forse dovremmo chiederci a chi serve davvero l’urbanismo tattico. Al Comune, o ai cittadini?
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