C’è un pezzo di storia che ha anticipato tutto e che quasi nessuno conosce: NOGA, Nation of Graffiti Artists. Non era una crew, non era una galleria, non era un centro sociale. Definirla è impossibile, perché forse era un po’ di tutto questo insieme.
New York anni ’70: le prime tag e il caos creativo
Tutto inizia a New York nei primi anni ’70. La periferia della città è sporca, incasinata, a tratti abbandonata, ma è piena di energia. Da qualche anno i muri sono marcati dalle scritte delle gang, un marchio territoriale che ricorda a chi vive nel quartiere e soprattutto a chi arriva da fuori chi comanda nella zona.
Ma qua e là si intravedono le prime vere tag: scrivere il proprio nome sui muri, sui pali della luce, sulle panchine e su qualsiasi superficie disponibile sta diventando l’atto preferito dei giovani delle zone meno abbienti. Un modo per far conoscere il proprio nome, per esistere, per farsi riconoscere da una società che li sta dimenticando.


Le scritte di figure come TAKI 183 a New York e CORNBREAD a Philadelphia sono il precursore di uno dei più grandi fenomeni artistici contemporanei: il writing. In poco tempo le semplici tag si evolvono, passano dai muri ai treni, appaiono i primi throw-up e i primi pezzi colorati.
Il writing esplode, ma nessuno lo prende ancora sul serio. Tra le poche persone che ci credono c’è una figura poco conosciuta, con una visione chiara.
Jack Pelsinger e il sogno di dare spazio ai writer
Jack Pelsinger era un artista e professore. Non era un tagger, non era un writer, ma aveva capito qualcosa che gli altri non vedevano: quei ragazzi con marker e spray in tasca avevano un talento speciale, qualcosa di innovativo che non era ancora stato preso sul serio. E aveva capito anche un’altra cosa: non avevano un posto dove esprimersi.
Con la scusa di voler ridurre il fenomeno del tagging, Pelsinger riesce a ottenere dalla città di New York, in piena crisi economica, uno spazio per questi ragazzi. Nel 1974 la città gli affitta un locale commerciale fatiscente nell’Upper West Side di Manhattan per un dollaro al mese.
Nasce così NOGA: un laboratorio d’arte gratuito per writer. Qualcosa di completamente nuovo per quei tempi. Un luogo dove potevano accedere centinaia di ragazze e ragazzi da ogni quartiere, molti dei quali avevano già fatto le prime esperienze sui treni, ma non avevano mai toccato un pennello o visto una tela.
NOGA: laboratorio, manifesto e momento irripetibile




NOGA non era semplicemente un posto dove imparare a dipingere. Era uno spazio dove si parlava di politica, si creavano quadri per le manifestazioni, si dipingevano murales per il quartiere.
Era arte di strada con una coscienza. Una specie di raduno per creativi che mischiava la libertà del writing con l’idea di costruire qualcosa di concreto, di trasportare quella forza che spingeva i writer a dipingere i vagoni della metro su altri materiali. Alcuni lo hanno definito un esperimento di capitalismo creativo: si imparava a vendere i propri lavori, a esporli, a comunicare. Ma per la maggior parte dei partecipanti, la vera ricompensa era un’altra: trovare la propria voce e costruirsi un futuro.
Dal punto di vista legale era anche un’idea geniale. Non esistevano ancora leggi severe contro i graffiti. Se qualcuno veniva beccato a dipingere un treno dopo aver partecipato a NOGA, si beccava al massimo una sgridata. Niente Vandal Squad, niente multe pesanti. Un’epoca selvaggia, piena di possibilità, ma anche instabile.
NOGA ha funzionato dal 1974 al 1979, documentata per tutti questi anni dal fotoreporter Michael Lawrence, che ha costruito un archivio visivo straordinario di quell’esperimento.
Chi è passato da NOGA


Dentro NOGA sono passati alcuni dei nomi più grossi del writing delle origini: SCORPIO, BLOOD TEA, ALI, STAN 153, SAL 161, CLIFF 159. Oggi magari questi nomi dicono poco a chi è arrivato al writing di recente, ma per chi conosce le origini del writing newyorkese sono vere leggende. E poi c’erano quelli che magari non hanno fatto carriera, ma che grazie a NOGA hanno scoperto di saper dipingere, disegnare, comunicare.
Uno dei nomi della scena dell’epoca, Ree, lo ha raccontato così: “Avevamo il nostro club in 86esima strada, pagavamo un dollaro d’affitto. Ma il posto cadeva a pezzi, e alla fine ci hanno buttato fuori perché avevamo dipinto ogni centimetro”.
Il libro che ha riportato NOGA alla luce
Oggi NOGA è quasi dimenticata. La sua storia è rimasta sepolta in vecchi libri di settore per decenni, senza documentari, senza musei, senza fondazioni.
Nel 2021 Beyond the Streets ha pubblicato il libro Nation of Graffiti Artists, scritto da Chris Pape (aka FREEDOM, uno dei grandi nomi del writing underground newyorkese, che aveva iniziato a dipingere treni proprio nel 1974 come GEN 2), con la fotografia di Michael Lawrence. La prima edizione era limitata a 400 copie. La domanda è stata tale che nel 2023 è uscita una seconda edizione espansa, con foto aggiuntive di Gianfranco Gorgoni e Moses Ross.
Quelle immagini raccontano un momento irripetibile: una New York ancora spigolosa, dove i writer erano ragazzini e i treni della subway erano le loro gallerie.
NOGA oggi: perché vale la pena ricordarsene
Prima delle gallerie, delle aste, degli NFT, dei festival sponsorizzati, c’era chi si sporcava le mani per creare qualcosa di vero con pochi mezzi e tante idee.
NOGA è stato il primo tentativo di istituzionalizzare il writing senza snaturarlo. Non per addomesticarlo, ma per proteggerlo e dargli spazio per crescere. La differenza è sottile ma fondamentale: non era un’operazione calata dall’alto, era un’iniziativa costruita insieme a quei ragazzi, per quei ragazzi.
Non è sopravvissuta. Ma ha lasciato un segno su tutto ciò che è venuto dopo. E forse era arrivato il momento di riscrivere quella pagina.
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