C’è una frase che mi porto dietro da quando ero ragazzino: supporta chi ti è vicino. Può sembrare banale, ma nelle ultime settimane, parlando con diverse persone, ho capito che non lo è affatto. E non è “poesia da quartiere”: è una regola base.
Una cultura cresce solo se la sua gente la sostiene, se chi vive quello spazio decide di investire in ciò che ha intorno.
In molte città mi sono imbattuto in scritte come
“support local market” / “support your neighborhood”
che a prima vista sembrano slogan da souvenir, ma in realtà contengono un messaggio primitivo e potentissimo: proteggi il tuo ecosistema, difendi l’identità del tuo spazio. Col tempo ho capito che non erano consigli, ma avvertimenti: senza supporto locale, una cultura smette di esistere.
Ripensando ai video che ho registrato quest’estate a Pesaro, ce n’è uno in cui cito una frase che un writer mi disse tempo fa: “una volta riuscivi a riconoscere la città di provenienza di un writer solo dal suo stile”.
Ed era vero. Ogni città aveva una grammatica propria: un modo particolare di piegare le lettere, un’estetica nata dal basso, dalle crew, dai quartieri, dalle notti passate a guardare, imitare, sbagliare e crescere insieme. Lo stile tradiva le influenze: francesi, tedesche, americane, inglesi. Non era internet a dirtelo: era la scena locale, così viva da essere inconfondibile. E dentro quella scena, nonostante la gelosia per le proprie scoperte, c’era un principio condiviso: se cresce uno, crescono tutti.

Sono passati appena vent’anni, ma sembra un’altra epoca. Le città sono cambiate, i quartieri sono stati gentrificati, le comunità si sono trasformate in fenomeni temporanei e l’appartenenza è diventata un’estetica più che un collante reale.
La vecchia guardia ha ancora un forte senso di radicamento, ma nelle generazioni più giovani questa logica si sta indebolendo. E ciò che è successo alle scene locali sta influenzando anche il modo in cui supportiamo — o non supportiamo — i creator indipendenti.
Oggi ci sono meno appartenenze e più “vibes temporanee”. E quando l’identità locale si indebolisce, si indebolisce anche la volontà di sostenere chi la rappresenta. È un riflesso culturale: se non senti qualcosa come tuo, non ti interessa aiutarlo a crescere.
Così finiamo per supportare persone che non hanno alcun bisogno del nostro aiuto — brand enormi, visibilità garantita, capitali — mentre facciamo fatica a investire due euro al mese in chi crea contenuti da solo, senza strutture, senza protezioni, senza garanzie.

In questo caso è un problema di percezione: il “grande” sembra più meritevole perché certificato, riconosciuto, globale. Il piccolo, ciò che nasce nelle nostre stesse strade, ci appare quasi invisibile.
Ma non è invisibile: semplicemente non lo sentiamo nostro, perché mancano le comunità che ce lo facciano percepire come tale. Quando scompare una scena locale, scompare anche l’istinto di supportare ciò che ti cresce accanto. E così diventiamo consumatori di culture già confezionate, invece che partecipanti attivi di culture che potrebbero crescere anche grazie a noi.
Per questo mi torna in testa una domanda scomoda ma necessaria: quante volte hai davvero supportato un artista locale? Quante volte hai scelto di sostenere chi non ha sponsor, ma solo talento, costanza e radici in una cultura?
Le culture non si costruiscono con i numeri né con le sponsorizzazioni. Si costruiscono con appartenenze sincere, con gesti piccoli ma ripetuti, con comunità che riconoscono valore prima che lo riconoscano i brand. Le culture non si dimenticano se si supporta chi le porta avanti.
Se non torniamo a supportare chi ci è vicino, rischiamo di ritrovarci in un mondo pieno di artisti con grandi numeri, che non riescono a generare emozioni e soprattutto un mondo di culture vuote. E allora sì, due euro diventano molto più di una cifra: diventano un atto di identità, un modo per dire questa scena esiste, e io ne faccio parte.
PS: ti invito a cercare il significato di parasocial per comprendere al meglio ciò di cui parlo
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