Patti Astor, nome vero Patricia Titchener, è stata una delle figure femminili più importanti e affascinanti nella storia del writing, soprattutto quando si parla di quello che è successo a New York tra gli anni ’80 e i primi ’90 e dell’enorme salto che questa cultura ha fatto dalle strade alle gallerie d’arte.
È venuta a mancare il 9 aprile 2024, a 74 anni. Ma quello che ha costruito continua ad ispirare chiunque si avvicini al mondo dell’arte urbana, soprattutto chi lo fa partendo da una posizione esterna a quella cultura.
Chi era Patti Astor prima dei graffiti
Patti nasce il 17 marzo 1950 a Cincinnati, Ohio. Si trasferisce a New York nel 1968, inizialmente per frequentare il Barnard College, ma presto lascia gli studi per buttarsi nella scena underground che stava esplodendo nella Downtown di Manhattan.
Grazie al suo spirito ribelle e alla sua capacità di stare in mezzo alle cose che contavano, nel giro di poco tempo entra a far parte dell’ambiente artistico newyorkese più alternativo, frequentando artisti, musicisti e attori dell’avanguardia. Diventa una figura nota nella No Wave, il movimento artistico e musicale che dagli anni ’70 agitava la Downtown di New York con film sperimentali, musica noise e performance radicali.
Nel 1975 si stabilisce stabilmente nell’East Village, il quartiere che di lì a pochi anni sarebbe diventato l’epicentro di una delle scene artistiche più importanti del XX secolo.
Tutto però cambia nel 1981, durante la festa di compleanno di un poeta nell’East Village. Un ragazzo si avvicina a Patti con una fetta di torta e le dice: “Patti Astor: sei la mia star del cinema preferita.” Quel ragazzo era Fab 5 Freddy, che quella sera era lì con Futura per visitare una mostra. Quella conversazione cambia tutto.
Fab 5 Freddy e l’ingresso nel mondo del writing
Nel 1981 quasi nessuno nella Downtown newyorkese aveva avuto davvero a che fare con il writing, il rap o la break dance. Erano mondi paralleli che non si parlavano ancora. È Fab 5 Freddy ad aprire le porte di quel mondo a Patti, portandola in giro di notte, raccontandole cosa succedeva nei quartieri mentre la scena underground del centro organizzava feste e mostre nei loft.
Il legame tra i due è immediato e speciale. Insieme formano un duo capace di abbattere i muri invisibili che separavano l’arte di strada dalle gallerie: Fab 5 Freddy con la sua connessione profonda alla cultura hip hop, Patti con la sua credibilità nella scena artistica downtown e il suo fiuto per capire cosa stava per succedere.
Patti capisce in pochissimo tempo il potenziale di quello che ha davanti. Writer come Futura, Zephyr, Lee Quiñones, Dondi White, L.A. II stanno producendo qualcosa di straordinario, ma il mondo dell’arte ufficiale fa finta di non vederli. Decide di non fare la stessa cosa. Abbandona la carriera da attrice e si trasforma in una delle principali sostenitrici di questa scena e di questi artisti.


La FUN Gallery: 125 dollari al mese per cambiare la storia
Nel 1981, insieme a Bill Stelling, Patti apre la FUN Gallery. Il primo spazio è al 229 East 11th Street, East Village: un locale stretto, 8 per 25 piedi, affittato per 125 dollari al mese. Non è una galleria nel senso tradizionale. È quasi un gesto di rottura.
La scena artistica di allora, come Patti stessa ha descritto in un’intervista del 2013, era qualcosa di preciso e soffocante:
“It was white wine, white walls, white people; the art world was closed off and boring. The success of the FUN Gallery was to open up the art world to everybody.”
Vino bianco, pareti bianche, gente bianca. Annoiato e chiuso. La FUN Gallery era esattamente l’opposto.
Nelle sue stanze passano Jean-Michel Basquiat, Keith Haring, Kenny Scharf, Jane Dickson, ma soprattutto i writer che il resto del mondo dell’arte non voleva vedere: Futura, Fab 5 Freddy, Lee Quiñones, Dondi White, L.A. II. Per la prima volta questi artisti vengono esposti, venduti e presi sul serio all’interno di un circuito che fino ad allora li aveva ignorati o guardati con sufficienza.
La FUN Gallery non era solo uno spazio espositivo. Era un posto dove la cultura hip hop, il writing, la musica e l’arte si mescolavano davanti a un pubblico che non aveva mai visto niente del genere. Diventa rapidamente uno dei posti più osservati della scena newyorkese.
Wild Style: il film

Nel 1983 Patti partecipa a Wild Style, il film diretto da Charlie Ahearn che è ancora oggi considerato il manifesto visivo della cultura hip hop di quella stagione. Un cult assoluto, il primo a raccontare writing, rap e break dance come cultura unitaria.
Patti interpreta Virginia, una giornalista d’arte affascinata dalla cultura di strada che cerca di capirla e darle visibilità. Un personaggio che somigliava in modo quasi imbarazzante a quello che Patti stava facendo nella vita reale. Alla commemorazione che si tenne a Manhattan dopo la sua morte, Charlie Ahearn era presente insieme a Futura, Fab 5 Freddy, Al Diaz, Meres, Dr. Revolt e decine di altre figure storiche della scena.
La chiusura della FUN Gallery e il dopo
Nel 1985 la FUN Gallery chiude. Le vendite si erano esaurite nella seconda sede a SoHo, e il panorama era cambiato radicalmente: se nel 1981 la galleria di Patti era praticamente l’unica dell’East Village, alla chiusura il quartiere ne contava oltre cento. Era la fine di un’era, non un fallimento.
Dopo la chiusura Patti si trasferisce a Los Angeles, tornando alla sua prima passione: il cinema. Non torna più ai riflettori dell’arte urbana, ma non smette mai di essere un punto di riferimento per chiunque abbia vissuto quella stagione.
Nel 2013 autopubblica la storia della FUN Gallery, un documento prezioso su uno dei periodi più importanti dell’arte contemporanea americana.
Addio Patti Astor
Patti Astor muore il 9 aprile 2024 a Hermosa Beach, California, a 74 anni.
ARTnews, nel suo necrologio, ha scritto quello che molti pensavano da decenni: “In un momento in cui pochissimi credevano nel valore dell’arte graffiti, lei lo ha rivendicato, elevando una generazione di artisti multirazziali in un mondo bianco che non li aveva accettati prima di lei.”
Patti era un ponte tra mondi che sembravano non potersi parlare. Ha dimostrato che potevano farlo, e lo ha fatto prima che fosse conveniente farlo. La sua eredità è nei muri, nelle gallerie, nei film e in chiunque oggi guardi il writing come arte senza dover spiegare perché.

DISCLAIMER IMPORTANTENel sito sono utilizzate il più possibile foto personali o in licenza creative commons. Il sito esiste da oltre 10 anni, le leggi cambiano, le regole cambiano ed onestamente non riesco a ricordare o verificare ogni singola foto. Se per caso ho utilizzato una tua foto senza citarti l'ho fatto INVOLONTARIAMENTE. Mandami una mail ed aggiungerò il credit (se mancante) o la eliminerò direttamente dall'articolo. Non è mia idea sfruttare qualcosa che non è mio: per poter realizzare ogni singolo contenuto di questo sito ho viaggiato, parlato con le persone, letto libri, ascoltato racconti, visto film... quindi tutto nasce da grandi sforzi e lungi da me appropriarmi di immagini. Questo sito non nasce a scopo di lucro, non vende prodotti e non ha guadagno: nasce come archivio documentale di un movimento artistico e di un periodo storico. Quindi ti chiedo gentilmente di comprendere la mia buona fede e di scrivermi direttamente per sistemare eventuali incongruenze. Ogni articolo che trovi su questo sito è stato scritto esclusivamente con scopo informativo e divulgativo. L'obiettivo è documentare ciò che accade per le strade delle città e fornire degli strumenti per poter comprendere un fenomeno urbano presente in tutto il mondo. Per nessun motivo questo sito incentiva al vandalismo o all'illegalità: ogni attività al di fuori della legge è fortemente condannata dai creatori di disagian.it e sconsigliata.
