I graffiti 3D sono uno dei tipi di lettering più tecnici e affascinanti dell’intero universo del writing: caratterizzati dalla presenza della terza dimensione, la profondità, hanno rappresentato una delle evoluzioni più radicali nella storia del graffiti writing, cambiando completamente il modo di pensare le lettere e lo spazio su un muro.
Cos’è un graffiti 3D
Guardando un hall of fame, molti lettering possono sembrare dei graffiti 3D. Ma non tutti i writing si possono classificare in questo modo, e la differenza è precisa.
Nei lettering più classici si cerca di aggiungere profondità alle lettere scegliendo un angolo direzionale di 45, 90 o anche 180 gradi, usando ombre e fill per dare peso al pezzo. È tecnica importante, ma è ancora un gioco di superficie.
Il graffiti 3D è un’altra cosa. Non si tratta di aggiungere profondità a delle lettere piane: si tratta di costruire lettere che nascono già tridimensionali, intrecciate tra loro su più piani, con luci e ombre che creano un distacco reale dallo sfondo. Osservando un graffiti 3D ben riuscito, le lettere sembrano uscire fisicamente dal muro. Non sono appoggiate a una superficie: fluttuano, si sovrappongono, si intrecciano nello spazio. La sensazione è quella di poterle toccare con le mani.
È uno degli stili più tecnici che esistano nel writing, e richiede anni di studio e padronanza avanzata della bomboletta, del colore, della luce e della composizione spaziale.
Come si costruisce un graffiti 3D
Il punto di partenza è l’outline, e capire perché cambia tutto.
Nei pezzi tradizionali l’outline è il contorno esterno delle lettere: definisce la forma, crea il bordo tra la lettera e lo sfondo. Nel 3D questo schema va abbandonato completamente, e per chi viene dalla scuola classica del writing questa è una delle decisioni più difficili da prendere.
Nel graffiti 3D l’outline si struttura su più livelli: le lettere non hanno un solo bordo esterno, ma sono composte da più superfici che si intersecano, si sovrappongono e creano profondità reale. Alcune lettere stanno in primo piano, altre in secondo, altre ancora sembrano sfondare il muro verso il basso. Le ombre e le luci non sono decorative: sono la struttura stessa del pezzo, quello che crea l’illusione spaziale.
La profondità quindi non è una caratteristica aggiuntiva del pezzo, ma una caratteristica intrinseca delle lettere stesse.


Chi ha sviluppato il graffiti 3D: una paternità contesa
Questa è la parte più complicata, e vale la pena raccontarla con onestà.
Erni Vales, writer nato nel 1965 nel Bronx e cresciuto nel Lower East Side di Manhattan, si autoproclama apertamente inventore del graffiti 3D. Racconta di aver realizzato il suo primo pezzo 3D a Hollywood nel 1993 mentre lavorava come scenografo per produzioni televisive, e di averlo fatto quasi per caso, come esperimento. Da lì in poi ha costruito un’intera carriera attorno a questo stile, ha scritto libri sull’argomento e continua a rivendicare quella primogenitura in ogni intervista.
È corretto riconoscergli il merito di aver contribuito alla diffusione e alla codifica di questo stile, soprattutto nel contesto americano. Le fonti stesse però usano un linguaggio cauto: “helped spark a new style”, “one of the innovators”, “best known for developing”. Nessuna fonte indipendente lo certifica come “il primo” in modo definitivo.
E il motivo è semplice: dall’altra parte dell’Atlantico, qualcuno stava facendo la stessa cosa contemporaneamente, se non prima.
DAIM, nome vero Mirko Reisser, nasce nel 1971 a Lüneburg, in Germania, e cresce ad Amburgo. Inizia a scrivere nel 1989 e all’inizio degli anni ’90 sviluppa il suo stile 3D in modo completamente autonomo, influenzato dalla sua formazione nel disegno fotorealistico e dall’arte europea: Salvador Dalí e Van Gogh, due artisti che lavorano con luce, ombra e forma senza contorni definiti. La sua logica è opposta a quella del writing tradizionale: invece di definire le lettere con un bordo netto, le costruisce attraverso le gradazioni di luce e ombra, esattamente come si fa nella pittura accademica. Il risultato sono lettere che sembrano fluttuare nel vuoto, senza outline, con una profondità che ha pochi precedenti nella storia del writing. Il primo pezzo documentato risale al 1991, due anni prima del pezzo di Vales a Hollywood.
La realtà è quella che succede spesso nella storia dell’arte e della cultura: due persone su due continenti diversi arrivano alla stessa idea nello stesso periodo, per strade completamente diverse. Vales partendo dalla tradizione del writing newyorkese e dalla scenografia. DAIM partendo dall’arte europea e dalla formazione accademica.
Nessuno dei due ha copiato l’altro. Entrambi hanno contribuito a definire un linguaggio che oggi è parte integrante del writing mondiale.
Graffiti 3D in Italia: PEETA e WEIK
In Italia il writer che ha portato la tridimensionalità a livelli più alti è PEETA, di Padova. Nel tempo il suo lavoro ha superato il lettering puro per spingersi verso l’astrazione: le sue opere oggi non si limitano a far sembrare le lettere tridimensionali, ma costruiscono forme organiche e spaziali che dialogano con l’architettura e l’ambiente circostante.
Un altro nome importante nella scena italiana è WEIK, il cui stile ha integrato nel tempo la tridimensionalità con un’evoluzione verso l’arte contemporanea. Senza mai abbandonare le radici nel writing, WEIK è riuscito a costruire un percorso riconoscibile sia dentro che fuori dalla scena urbana.



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