Il black book graffiti: dove nascono gli sketch

Il black book è uno degli oggetti più personali che un writer possieda. A chi è fuori dal mondo del writing può sembrare un semplice quaderno con qualche disegno dentro. Per chi conosce la cultura, è qualcosa di completamente diverso: un archivio di stile, una raccolta di firme, un diario visivo che racconta chi sei e dove stavi andando.

Cosa è il black book?

Oggi è facile documentare tutto con uno smartphone, fare bozzetti su un iPad, archiviare anni di lavoro in una cartella cloud. ProCreate non si batte facilmente, ok, ma le possibilità digitali di oggi non esistevano nemmeno lontanamente fino a vent’anni fa.

Immagina la stessa situazione negli anni ’80 o ’90: niente tablet, niente fotocamera sempre in tasca, niente Instagram dove caricare il tuo pezzo. L’unico modo per lavorare sul tuo stile, per conservarlo e per mostrarlo era un quaderno. Carta, matita, penna, pennarelli. Nient’altro.

Per questo motivo nella cultura del writing si è sviluppata nel tempo la necessità di avere un proprio quaderno, solitamente con copertina nera, su cui ideare bozzetti, affinare il lettering, sperimentare throw-up, creare pezzi elaborati. Ma soprattutto, e questo è il punto che molti sottovalutano, raccogliere tag e pezzi di altri writer.

Il black book non era solo il tuo quaderno. Era anche il punto di incontro tra te e il resto della scena.

Perché si chiama black book

Non esiste una risposta ufficiale, ma ci sono due spiegazioni che girano nella cultura del writing.

La prima e più semplice: i primissimi quaderni usati dai writer avevano la copertina nera. Semplice, diretto, descrittivo. Come funziona spesso il linguaggio dello slang.

La seconda è quella che mi ha colpito di più: negli anni ’80 in Nord America il termine “black book” era usato per indicare la Bibbia. E per i writer quei quaderni erano esattamente questo: la propria Bibbia dei graffiti. Il posto dove tutto iniziava, dove lo stile prendeva forma prima di finire sul muro.

Il black book come documento storico

Quello che rende i black book oggetti straordinari non è solo il loro valore pratico per chi li usa, ma il valore storico che acquisiscono nel tempo.

Il caso più famoso è quello di Zephyr (Andrew Witten), uno dei writer più importanti della New York degli anni ’70. Zephyr inizia il suo graffiti journey nel 1977 e già l’anno dopo comincia a costruire il suo black book. Nel tempo quel quaderno diventa qualcosa di più grande: ci contribuiscono Mackie, Bil-Rock, Revolt, Freedom e Futura, trasformandolo in una capsula del tempo della cultura del writing di quegli anni. Beyond the Streets lo ha pubblicato in forma di libro, con commentary pagina per pagina dallo stesso Zephyr, arrivando nel 2025 alla terza edizione.

Un altro caso fondamentale è quello di Martin Wong, artista e collezionista di New York morto nel 1999, che nel corso degli anni aveva accumulato una delle collezioni di black book più importanti che esistano: centinaia di quaderni originali dei writer degli anni ’70 e ’80. Quando è morto, quella collezione è finita al Museum of the City of New York, dove è ancora conservata. È uno dei pochi casi in cui dei quaderni da graffiti sono finiti dentro un museo come documenti storici di prima categoria.

E poi ci sono i bozzetti di Dondi White, probabilmente i black book più cercati e studiati di tutta la storia del writing. Se non hai mai visto i suoi sketch a confronto con le fotografie dei pezzi finiti sulla subway, cercali adesso: vedere come una lettera nata su carta con una matita si trasforma in un pezzo che copre l’intero fianco di un vagone è una delle cose più affascinanti che il writing abbia da offrire.

La funzione sociale del black book

Prima dei social, prima di Instagram, prima che esistesse qualsiasi modo veloce per far circolare il proprio lavoro, il black book era l’unico strumento di confronto tra writer.

Durante gli eventi, le jam, gli incontri casuali per strada, chiedere una tag sul proprio black book era un rituale. Non era solo una firma: era un pezzo di stile di qualcun altro che diventava parte del tuo archivio. Una raccolta di autografi, ma anche una raccolta di influenze: vedere come altri writer costruivano le loro lettere, quali proporzioni usavano, come gestivano gli spazi.

Alcuni black book storici sono diventati così densi di contributi da essere quasi delle antologie dello stile di un’epoca intera. Portare in giro il proprio black book significava essere disposti a condividere e a ricevere, a mostrare i tuoi progressi e ad accettare il confronto diretto.

Oggi quella funzione è stata in parte sostituita dai social, ma in parte soltanto: il gesto fisico di aprire un quaderno davanti a qualcun altro, aspettare che disegni, guardarlo mentre lavora, è qualcosa che nessuna piattaforma digitale ha ancora replicato davvero.

Devi fartene uno?

Se ti piace disegnare lettering, . Il prima possibile.

Non sei meno writer o meno artista se non ne hai uno. Non è un obbligo. Ma è una delle tradizioni più belle e semplici che il writing porta avanti da cinquant’anni, e ha qualcosa che il digitale non riesce a darti: la fisicità del segno su carta, la matita che puoi cancellare, la gomma che lascia tracce, il foglio che si macchia.

Disegnare un’intera giornata e aspettare dieci giorni per incontrare qualcuno dall’altra parte della città solo per mostrargli il risultato è una sensazione che oggi non esiste più. Quella lentezza aveva qualcosa di prezioso.

Il black book racconta la storia di un artista dai primi tentativi goffi fino ai pezzi più recenti. Guardare le pagine vecchie è una delle cose più utili che puoi fare: vedi dove eri, vedi dove sei arrivato, capisci cosa ha funzionato e cosa no.

Se decidi di comprarne uno, usalo bene. Fallo diventare una raccolta di stili e di ricordi, chiedici dentro le tag di chi incontri, non buttarlo mai.

E mi raccomando: copertina nera.



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